I chicchi, i bit e i neuroni: il panificio digitale e la formazione*

Sarebbe decisamente riduttivo dire che collaboro con un panificio, ma qualcosa di vero c’è.

Tra le cose affascinanti che ho trovato nella sede di Padova di SMACT, il Competence Center digitale del Nordest, c’è il laboratorio per la produzione del pane.  La sede ospita infatti uno dei Live demo tematici distribuiti sul territorio, in questo caso un dimostratore 4.0 dedicato alla filiera alimentare.
Nel descrivere come l’ho capito “in soggettiva”, mi piace immaginare che il suo senso complessivo si collochi a tre livelli (o layer, per assumere il linguaggio della teoria dei sistemi).

Innanzitutto, al primo piano dell’edificio c’è il laboratorio che ospita un impianto semi-automatico per il dosaggio degli ingredienti, l’impasto, la formatura, la lievitazione e la cottura del pane, realizzato da Sottoriva, azienda vicentina che ho avuto il piacere di conoscere e che da tanti anni lavora nella filiera delle macchine per la panificazione. Attraverso le vetrate, che delimitano uno spazio isolato per motivi igienici, si vedono in azione le persone che fanno il pane, utilizzando le macchine e le interfacce di comando e controllo. E’ interessante il fatto che non si tratta di una situazione “artificiosa”: è una produzione costante e concreta di un prodotto che viene distribuito sul mercato. 

Al piano superiore si vede il laboratorio sottostante e una parte importante del “sistema nervoso” del panificio digitale. I sensori delle macchine, ad esempio di temperatura e umidità, inviano dati “grezzi” che vengono via via convertiti e uniformati per diventare “informazioni” di livello più elevato e utili per comprendere il processo di cottura e le altre lavorazioni.  Con l’aiuto di PLC e di software specifici, i grandi monitor raccontano in ogni istante lo stato del processo di produzione. Ma come in ogni sistema nervoso, i dati periferici viaggiano in modo bidirezionale: il sistema può anche “prescrivere” i parametri di lavorazione attraverso ricette che “scendono” a diventare input per le macchine.

Il terzo livello: dall’ispirazione all’apprendimento

Il terzo livello di analisi riguarda la dimensione dell’apprendimento, in particolare dei destinatari del Live demo, ovvero le persone che operano nel mondo della manifattura e dei servizi che desiderano comprendere (vedendolo!) come funziona un sistema manifatturiero digitale. Un primo aspetto (che io stesso sto affrontando con un processo di apprendimento e dis-apprendimento  che integra e sostituisce elementi alle reminiscenze di elettronica industriale) riguarda il grande tema dei dati, che rappresenta il “focus” specifico del Live demo di Padova all’interno dell’ecosistema SMACT.  In tempi di “dematerializzazione”, il panificio insegna in primis che, come un buon pane parte da buoni chicchi di grano raccolti con dedizione dal campo, così è importante comprendere (vedendolo!) il percorso “sensoriale” che compiono i dati a partire per l’appunto dai sensori, su su fino ai software collocati al livello più alto della piramide dell’integrazione verticale, come ad esempio gli ERP.   Una seconda dimensione riguarda la risposta al “che cosa farsene” dei dati e delle informazioni raccolte, e qui entrano in campo ingredienti importanti, anche nella prospettiva della formazione offerta da SMACT: dalla statistica, utensile concettuale fondamentale per comprendere quali domande porre ai sistemi produttivi digitali, fino alle applicazioni più evolute di machine learning e di intelligenza artificiale.

Una terza dimensione di quest’ultimo layer c’entra da sempre con il mio mestiere e con la mia passione: il trasferimento dell’apprendimento. Che cosa mi ispira il fatto di vedere in azione un panificio digitale se io che sto seguendo un corso non produco pane? Oppure se non uso esattamente le stesse tecnologie nella mia azienda?  Il gioco affascinante del fare formazione, in particolare in presenza di esempi potenti come un live demo, è integrare in modo accurato la forza di ciò che viene mostrato con la solidità e la chiarezza dei concetti generali che si trasmettono. Aiutando i partecipanti a “vedere dall’alto” ciò che sanno e che serve sapere mentre “toccano con mano” tecnologie in grado di ispirare la progettualità nei propri contesti organizzativi. I progetti veri, nel mondo della complessità, non partono da piani astratti da realizzare successivamente, ma da buone domande e da buone idee da sperimentare. I progetti manifatturieri richiedono energie e coraggio manageriale che partono dalla pensabilità: si nutrono cioè di esperienze analoghe (non identiche) che aiutano la concretezza dell’immaginazione.  

Un ultimo elemento personale di fascinazione nei confronti (di questo laboratorio e) del pane, è basato sul suo ruolo rispetto all’evoluzione della civiltà mediterranea: in quest’area il grano si diffonde tra 8000 e 6000 anni fa con l’invenzione dell’agricoltura.

Le prime società agricole elaborano l’idea di un “uomo civile” che costruisce artificialmente il proprio cibo, che non esiste in natura e che marca lo spartiacque tra Natura e Cultura. Nell’area del frumento, a differenza di civiltà basate sul riso e sul mais, è il pane a svolgere questa funzione simbolica e nutritiva. Come ci ricorda Massimo Montanari nel suo “Il cibo come cultura”, “il pane non esiste in natura e solo gli uomini sanno farlo, avendo elaborato una sofisticata tecnologia che prevede (dalla coltivazione del chicco alla preparazione del prodotto finito) una serie di operazioni complesse, frutto di lunghe esperienze e riflessioni”.  Mi pare di capire che con il panificio digitale (e con la digitalizzazione dell’intera filiera) all’antico spartiacque se ne aggiunga un secondo: quello analogico-digitale, a segnare un’ulteriore tappa in una strada di innovazione che sembra ancora piuttosto promettente.

*Basato sul testo che è stato pubblicato nella piattaforma Open SMACT .

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